La sconfitta che non ti aspetti

Commentare una sconfitta come quello contro la Costa Rica è difficile, soprattutto dopo la partenza degli azzurri che aveva fatto ben sperare. Ma da che cosa è dipeso questo black out totale nella partita di ieri? Proviamo ad analizzare la situazione.

1) Il modulo

Prandelli ha insistito su questo 4-5-1 che molto bene aveva fatto contro l’Inghilterra, non riuscendo a capire che ogni partita fa storia a se e, quello che poteva essere giusto contro gli inglesi, si è rivelato poi sbagliato nella seconda gara del girone dove, probabilmente, si doveva già iniziare la partita allargando il gioco e non farlo successivamente, con la squadra sotto e stanca. Soprattutto poi, con la scelta di rinunciare a Verratti, giocatore che , pur non avendo disputato una ottima partita contro l’Inghilterra, comunque risulta una pedina importante nel possesso palla. Thiago Motta non ha le stesse caratteristiche e non lo scopriamo certo oggi. L’ideale sarebbe stato iniziare a quel punto con De Rossi, Pirlo e Marchisio sulla mediana. Candreva e Cerci larghi a supportare Balotelli. L’ingresso delle 4 punte è stato tardivo.

2) Balotelli

Avevamo già parlato anche di lui: croce e delizia. Se contro l’Inghilterra aveva sfruttato al meglio le 2 palle gol che gli erano capitate, procurandosene una e segnando l’altra, contro la Costa Rica pecca di presunzione. Nonostante quanto aveva detto in conferenza stampa il giorno prima della partita quando, in realtà, si era presentato “diverso” dicendo che per lui contava di piu’ la squadra che non il suo mondiale. Quel pallonetto tentato al trentesimo sullo zero a zero fa incazzare ancora di piu’ ogni volta che si rivede l’azione. Con lo specchio della porta visibile ed una partita ancora da sbloccare, avrebbe dovuto pensare soltanto al gol. Nessuna bocciatura, attenzione. In un contesto in cui hanno steccato quasi tutti la partita non si può colpevolizzare un singolo per la sconfitta. Resta però un “punto” anche guardando la panchina, con il capocannoniere del campionato italiano relegato lì’. Vale lo stesso discorso fatto a proposito del modulo: come in alcune partite uno può andar bene mentre in altre no, così in alcune partite Immobile potrebbe essere piu’ utile di Balotelli. E se queste alternative si hanno, perché non sfruttarle?

3) La difesa

Si era già detto anche di questo. Affidarsi al blocco della Juventus dopo una stagione comunque massacrante da un punto di vista fisico, con i bianconeri che hanno giocato piu’ partite di tutti, aveva i suoi pro ed i suoi contro. Mettiamoci in tutto questo i problemi fisici di Barzagli e la mancanza di esterni di ruolo. Ma Pasqual e Criscito non avrebbero fatto comodo a questa Nazionale?

4) Le temperature.

Si, il discorso sul caldo e sull’umidità può esser anche giusto. Ma come faceva caldo per noi, lo era anche per gli avversari. E dire che loro sono piu’ abituati di noi non regge. Allora, i carichi di lavoro effettuati prima della partenza per il Brasile, a che cosa sono serviti?

5) Prandelli

Per come la vedo io, come tanti erano stati i suoi meriti nella vittoria contro gli inglesi con la scoperta di questo nuovo modulo, così molti errori ha fatto nella partita di ieri. “I cambi non hanno funzionato”, le parole del c.t. E’ anche vero che se inseriti nel contesto di una squadra stanca e lunga, sotto di un gol e con la possibilità di esporsi alle ripartenze degli avversari, poco potevano fare. Ma da questo punto di vista Prandelli ha tutte le possibilità di capire quali sono stati gli errori e non commetterli nella gara decisiva contro l’Uruguay, dove abbiamo 2 risultati su 3.

Già, perché il caldo può esser un problema. Ma lo è per tutte e 2 le squadre in campo. Il modulo invece può esser cambiato, se si analizzano gli errori commessi. Se ci sarà la giusta autocritica, senza pensare troppo alle condizioni climatiche, i risultati si potranno vedere già dalla prossima partita contro l’Uruguay. In caso contrario, se si dovesse uscire, non vorrei sentire frasi del tipo: “Colpa delle condizioni climatiche”; “Gli altri sono piu’ abituati di noi”.

Giorgio Fraticelli

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La fine di un ciclo… O forse no?

C’era una volta un sogno diventato realtà. E’ stato il telecronista spagnolo Andres Montes a darne, per primo, una definizione ufficiale: tiqui taka.

Il termine era già in uso per definire lo stile di gioco del Barcellona, stile di gioco costituito da una fitta ragnatela di passaggi che facevano correre a vuoto gli avversari e addormentavano il gioco, fino a quando poi i blaugrana non sferravano il colpo decisivo quando, appunto, i giocatori dell’altra squadra si erano stancati di rincorrere il pallone. Tutto questo poi fu riportato anche in Nazionale con la Spagna, fino ad allora Nazionale bella a vedersi ma mai vincente, che ha dominato il calcio europeo e mondiale dell’ultimo periodo. Barcellona e Spagna hanno cambiato il modo di vedere il calcio. Dominatrici attraverso la purezza del gioco. Un gioco che in alcune occasioni poteva anche sembrare noioso. Molti passaggi fino a quando appunto non si creava lo spazio giusto. Un calcio giocato senza punte perché, come è solito dire Guardiola, “Il nostro unico attaccante deve essere lo spazio”. Un calcio reso possibile da interpreti fenomenali: Xavi, Iniesta, Busquets su tutti. Ma come si fa a definire noioso un modo di fare calcio in cui si controllano avversario e partita? Se le squadre per cui facciamo il tifo avessero provato a riprodurre quel tipo di gioco con gli stessi risultati, avremmo fatto gli schizzinosi perché non ci piaceva? Ci hanno anche provato a riprodurre quel calcio in altri contesti. Ci ha provato Luis Enrique, adesso tornato all’ovile dopo 2 stagioni passate tra Roma e campionato spagnolo, a farsi le ossa. Non era matura quella Roma, non era maturo il tecnico spagnolo, alla prima esperienza su di una panchina importante. Ci ha riprovato lo stesso Guardiola, una volta andato in Germania al Bayern Monaco. Dominatore in campionato, ma appena ha trovato qualcuno piu’ forte di lui in Champions ha preso una clamorosa batosta. Già, perché per attuare questo tipo di gioco ci vogliono motivazioni importanti ed una concentrazione massima. La controindicazione di un sistema come il tiqui taka è infatti questa: è un tipo di calcio difficile da battere se si hanno i giocatori al massimo della condizione fisica e mentale. Non se invece non si ha la giusta concentrazione; se si è all’inizio o alla fine di un ciclo. Lo dimostrano il Barcellona post Guardiola; lo dimostra il Bayern di Guardiola; lo dimostra la Roma di Luis Enrique; lo dimostra la Spagna di Del Bosque di questi mondiali. Situazioni e contesti di gioco in cui l’avversario, una volta capito come affrontare il “nemico”, lo riesce anche a battere. Aspettare e ripartire.  Ma come battere un tipo di calcio come questo, lo si sapeva anche quando Barcellona e Spagna hanno iniziato a dominare il calcio europeo e mondiale, non si scopre certo oggi.  Soltanto che se prima c’erano delle forti motivazioni, dei giocatori che dovevano dimostrare al mondo di essere i piu’ forti, un ciclo ha un inizio ed una fine. E, quello di Barcellona e Spagna, sembra essere andato a braccetto, concludendosi piu’ o meno nello stesso periodo.

Si leggono, sul web, commenti “particolari”; tutti pronti a gioire, a godere della caduta degli dei, come anche ha scritto la Gazzetta questa mattina. Si leggono commenti come se il tiqui taka avesse portato via la ragazza a chi, certi commenti, li scrive. Li lascio a voi. Io vorrei essere eliminato dal mondiale dopo aver vinto tutto come ha fatto la Spagna di quest’ultimo periodo; così come se avessi una squadra ricordata come la piu’ forte di tutti i tempi non mi preoccuperei di una uscita ai quarti dalla Champions League dopo anni passati tra le prime 4. E non mi preoccuperei di un campionato perso all’ultima giornata dopo aver riscritto la storia del calcio. Vorrebbe dire non ricordarsi della squadra per cui fai il tifo per la fine di un ciclo, o per la caduta degli dei; ma perché, qualsiasi tipo di calcio simile giocato da una squadra, sarebbe paragonato a quel Barcellona. O a quella Spagna. Questa è la vittoria piu’ grande del tiqui taka.  

Giorgio Fraticelli

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Questione di fiducia?

Prima dell’inizio del mondiale avevamo detto: questa squadra non ci convinceva. Può, la vittoria contro l’Inghilterra di ieri, spostare gli equilibri sino a farci considerare l’Italia di oggi una delle Nazionali piu’ forti che abbiamo mai avuto?

Continuerei ad andare cauto con i paragoni. Questa è una squadra particolare. Anche ieri sera lo ha dimostrato, complice l’infortunio di Buffon. Non è la difesa il reparto forte, quando lo era di quasi tutte le Nazionali che abbiamo visto. Lo spostamento di Chiellini sulla fascia e la rinuncia a Bonucci, insieme al forfait dato dal capitano azzurro prima della partita contro l’Inghilterra, ci hanno fatto capire di come gli automatismi siano importanti. E, il gol realizzato dagli inglesi, con un altro tipo di difesa, probabilmente non lo si sarebbe preso. Prandelli ha un merito fondamentale: ha capito che la vera forza di questo gruppo sta nel centrocampo. In pochi possono contare su De Rossi, Pirlo, Verratti e Marchisio. Se questo 4-5-1 da un lato può far storcere il naso ai puristi del gioco, facendo pensare ad una squadra chiusa, in realtà sfrutta al meglio le caratteristiche dei giocatori impiegati: De Rossi vertice basso di questo centrocampo non la ha fatta vedere a Rooney che, per essere pericoloso, si è dovuto cercare un’altra posizione, andando a giocare sulla sinistra. Verratti e Pirlo sulla stessa linea hanno cercato di far girare il pallone facendo correre gli altri. Opaca la prestazione del centrocampista del Psg, sontuosa quella di Pirlo: il solito calcio di punizione che avrebbe meritato il gol per precisione e potenza. Una gara in cui ha gestito il centrocampo in maniera impeccabile. Come impeccabili sono state le prestazioni di Candreva e di Marchisio. Il centrocampista juventino ha segnato il gol che ci ha portato in vantaggio; il laziale ha corso tanto, andando a pennellare un cross perfetto per la testa di Balotelli. Già, Supermario. Contestato dalla critica, all’ultima vera occasione secondo alcuni, il centravanti del Milan ha dimostrato perché, un giocatore come lui, deve essere impiegato sempre. Con 2 occasioni può cambiare la partita. Il pallonetto nell’occasione del primo tempo in cui ha anticipato il portiere; il gol del vantaggio azzurro nella ripresa. 2 palle gol; una che si è creato da solo, un’altra che gli ha costruito la squadra. In generale, appunto, uno di quei giocatori che, pur giocando male tutta la partita, la può cambiare in un attimo.

La scelta di un modulo come questo, se da un lato esalta le caratteristiche del centrocampo, dall’altro non è utilizzabile in tutte le varie partite, quando magari serve allargare il gioco sugli esterni. E, soprattutto, una punta sola rischia di essere troppo isolata. In un contesto in cui le alternative si hanno. E non si deve fare l’errore commesso all’inizio di questo mondiale. Se prima la critica cercava di capire quale Nazionale fosse la peggiore, se questa o quelle del 1986 e del 2010, adesso la si vuole andare ad inserire in contesti diversi, tra le piu’ forti. Da parte mia posso dire che, se prima si era critici, nelle scelte e nella gestione delle situazioni, è proprio perché si riconosceva il valore di una squadra che poteva essere ancora piu’ forte. E vedere alcune prestazioni lasciava delusi proprio per questo. Dall’altro lato, appunto, una partita non può far subito pensare di essere al pari delle “big”.

Severità; fiducia; esaltazione. Per un giudizio che rischia di essere sempre diverso da quello che è il reale valore espresso dal campo

Giorgio Fraticelli

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Italia si, italia no…

No, questa Italia non convince.

Non convincono le spiegazioni date da Cesare Prandelli a proposito delle esclusioni di Destro e Rossi. Aveva chiesto di fare la riserva al primo mentre, il secondo, le sue decisioni le conosceva già. Ma allora perché far giocare lo spezzone di partita contro l’Irlanda a Pepito? E perché portarsi comunque Destro nell’elenco dei convocati? Per dare un contentino ad entrambi? Nel caso di Destro per pulirsi la coscienza rispetto a quanto successo con l’applicazione del codice etico per l’episodio con Astori a differenza di quanto fatto con Chiellini? Mentre, per quanto riguarda Rossi, per far vedere che comunque lui avrebbe concesso una possibilità a tutti? Ma allora che senso hanno avuto i test fisici? Che senso ha avuto la preparazione a Coverciano?

Non convince il modulo. Perché se contro l’Irlanda Rossi è sembrato fuori dal gioco, un po’ di responsabilità le ha anche Prandelli che non gli è riuscito a trovare una posizione in campo che fosse utile e funzionale alla squadra. Non ci convince il modulo perché si, obiettivamente parlando la forza della nostra squadra sta nel centrocampo; ma perché andare ad infoltire un reparto andando ad inserire Marchisio e Candreva fuori ruolo nella seconda amichevole quando si poteva osare un pochino di piu’ andando a provare delle soluzioni piu’ intriganti?

Certo, come il discorso sulle amichevoli vale per la scelta dei giocatori, così vale anche per la scelta dei moduli: non si può giudicare la condizione di una squadra per 2 amichevoli contro avversari poco impegnativi. E fatte dopo un carico di lavoro importante a Coverciano. Ma non è questo il punto. Ed a poco servono i risultati in partite così.

Quello che qui si critica è la contraddizione iniziale nelle scelte di Prandelli. Se prima parla di mancata convocazione per chi si rende protagonista di gomitate a poche giornate dalla fine del campionato, poi parla di blocco per l’episodio di Chiellini con Pjanic, non applicando nessuna sanzione. Nessuno pretendeva l’esclusione del difensore centrale della Juventus dal mondiale; una multa, come una squalifica interna di un paio di partite (c’erano le 2 amichevoli), la si poteva anche dare. 

Quello che qui si critica è il criterio delle scelte di Prandelli: se prima parla di media realizzativa importante per l’attaccante, poi lascia a casa Rossi e Destro, 2 giocatori con le medie piu’ importanti del campionato. Nonostante infortuni e squalifiche. E, a proposito del caso Destro, l’attaccante giallorosso alla Roma ha giocato anche da esterno offensivo. Perché non provarlo in quella posizione, invece di dire che 3 punte centrali non si potevano portare?

Non ci convince non perché si voglia criticare un ruolo, quello di commissario tecnico, come detto dallo stesso Prandelli qualche tempo fa. Non ci convince perché, proprio per questo ruolo, non dovrebbe affidarsi ad opinioni personali ma guardare semplicemente tutto quello che concerne il campo: dalle partite ai test fisici, passando per l’applicazione e l’abnegazione di un calciatore. Altrimenti, tutti noi, si poteva essere commissari tecnici.

Nonostante questo, forza azzurri!

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No, il calcio non è vittima.

Può il calcio italiano ritenersi vittima di quanto accaduto prima, durante e dopo la finale di Coppa Italia?

Questa è la domanda delle domande, a fronte di quanto accaduto sabato sera. L’aggressione e la sparatoria agli ultrà del Napoli; la trattativa tra Hamsik ed il capotifoso partenopeo Genny a carogna, per quanto riguarda lo svolgimento della partita; l’invasione di campo successiva, dopo la vittoria del Napoli, quando non c’era molto da festeggiare dopo quanto successo. Il tutto, con protagonisti personaggi già noti alle forze dell’ordine: Genny a carogna e Daniele De Santis. Partiamo dal secondo. Già conosciuto dalle forze dell’ordine, nel 94 si rese protagonista di incidenti a Brescia; nel 96 si rese protagonista di tentata estorsione nei confronti del presidente Sensi; qualche anno dopo fu protagonista della sospensione del derby per la voce, rivelatasi poi infondata, che un bambino fosse stato travolto da una camionetta della polizia fuori dallo stadio; ora uno dei protagonisti di questi scontri con la tifoseria partenopea. Scontri in cui è rimasto ferito Ciro Esposito. Non sono ancora chiare le dinamiche degli incidenti ma, per le ricostruzioni, si attenderanno i prossimi giorni. Quello che qui si vuol sottolineare, è il degrado a cui sta andando incontro il mondo del pallone. In cui possono decidere il destino di una partita personaggi così. Come ad esempio, Genny a carogna: di lui cosa dire? Basterebbe la maglietta ad inquadrarlo alla perfezione: Speziale libero. Per la cronaca, Speziale è l’ultrà che ha ucciso l’ispettore Raciti. Figlio di un camorrista, Hamsik ed i dirigenti delle forze dell’ordine che erano presenti allo stadio hanno dovuto trattare con lui perché la partita si giocasse. Ora, il capo della questura, si affretta a dire che no, non si stava concordando lo svolgimento della partita ma, il capitano del Napoli, si era avvicinato per informare delle condizioni del tifoso colpito dal proiettile. Nel frattempo, mentre si era formato un cordone di steward a protezione di Hamsik, i tifosi del Napoli hanno incominciato a lanciare fumogeni e bomboni, arrivando quasi a colpire qualcuno, rimasto per un attimo stordito dalla vicinanza dello scoppio. Come se non bastasse, a tutto questo, si aggiungano 2 cose, anzi 3: il tutto è avvenuto alla presenza delle istituzioni in tribuna d’onore. Istituzioni che non hanno fatto niente; andarsene dallo stadio, in un contesto di quel tipo, probabilmente sarebbe stata la scelta piu’ giusta. La partita è proseguita lo stesso, con il cerimoniale dell’inno fischiato. Di fine partita, l’invasione di campo dei tifosi partenopei. Ma che cosa c’era da festeggiare? Una Coppa Italia giocata grazie all’assenso del figlio di un camorrista che ha parlato con il capitano del Napoli, dopo la sparatoria avvenuta al di fuori dello stadio?

Già perché, quasi come a voler giustificare il mondo del calcio, ho sentito anche di violenza che si è spostata al di fuori degli stadi, non dentro; di strade poco illuminate, di persone che non sono sicure nel vedere loro parenti girare in ore notturne. No, il mondo del calcio non è giustificabile. Il mondo del calcio non è vittima, come le istituzioni ci vogliono far credere. Si è cercato di introdurre la tessera del tifoso, nelle intenzioni di chi la ha creata per cercare di ridurre la violenza negli stadi. Il risultato? Si sono allontanate le famiglie dagli stadi perché acquistare un biglietto il giorno stesso della partita, con le limitazioni attuali, per un padre di famiglia è diventato impossibile. E, lo stadio, è diventato terra di conquista di questi personaggi. Zona franca dove poter fare dell’odio e della prepotenza un simbolo. No, il calcio non è vittima. Perché non si può squalificare una curva per dei cori e poi consentire tutto questo. No, il calcio non è vittima. Perché, se ci fosse volontà, un repulisti si potrebbe fare tranquillamente: questa gente è tutta conosciuta alle forze dell’ordine. Ma è quella con cui “tratta” sulla giocabilità o meno di una partita.

No, il calcio non è vittima: è complice.

Giorgio Fraticelli

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Moralisti, moralizzatori e moralizzati.

L’altro giorno capitava di assistere ad una discussione interessante: si metteva a risalto la cifra percepita da Cristiano Ronaldo, probabilmente il piu’ forte calciatore attualmente, chiedendosi se fosse una cifra meritata o meno.

Questione affrontata sempre, e senza trovare una soluzione logica. In fondo, quello a cui di calcio non fregherà un cazzo, dirà sempre: 17 milioni per dare un calcio ad un pallone? Non esiste. Così come, un professionista di sport “minori”, sarà sempre portato a rosicare perché non vedrà mai quelle cifre, magari facendosi anche un lavoro triplo rispetto al calciatore. Mentre, l’appassionato, tenderà sempre a giustificare cifre di questo tipo, dicendo che le “merita”. Già, le merita. Ma in base a cosa? Quali sono i parametri di assegnazione di uno stipendio? Il problema è tutto lì. Fino a quando ci sarà qualcuno che lo paga, farà anche bene il giocatore portoghese a chiedere anche di piu’, perché vorrebbe dire che ci sta qualcuno disposto a dare certe cifre. E’ il marketing. E che cosa fa marketing? L’attenzione, l’interesse mostrato verso un determinato campo, un determinato prodotto. Se il calcio è lo sport piu’ seguito, tra tutti, la colpa non è dei calciatori, che fanno sicuramente bene a prendere quello che prendono. E a chiedere quello che chiedono. Per un tifoso certo, un giocatore che lascia la propria squadra per un’altra a fronte di un contratto maggiore, sarà sempre un mercenario. Ma anche lì, vale un’altra domanda: chi siamo noi per giudicare una scelta? Quanto sappiamo cosa ci sia dietro quella? Cosa avremmo fatto noi al posto loro?

Il calcio non è diverso dagli altri sport, così come non è diverso dagli altri mondi: il cinema, la televisione, la formula1, la motogp, etc.etc.etc. Ecco, forse un discorso diverso va fatto per chi guida, macchine o moto che siano. I piloti rischiano la vita ogni volta che vanno in pista, una sorta di “polizza” è piu’ che giustificata. Ma, anche quello, è un altro discorso ancora. Quello che si voleva qui dire è questo: avete mai sentito qualcuno lamentarsi perché un attore percepisca uno stipendio da favola per la realizzazione di un film? Oppure avete mai sentito qualcuno lamentarsi perché un presentatore prende un compenso da capogiro per la realizzazione di un programma? (ci si è lamentati, e poco, soltanto in caso di televisione pubblica). Ma vale lo stesso discorso del calcio. Se ci sta chi offre determinate cifre, fa bene il presentatore, l’attore, chicchessia, a chiederle. E, se girano determinate cifre, è perché esiste un mercato che consente di poterlo fare. E da chi è fatto questo mercato? Da chi segue un determinato sport, da chi segue un determinato genere di programmi, da chi segue un determinato genere di film.

Se un calciatore muove un industria, in quanto a vendita di magliette e prodotti con il suo nome, normale che prenda anche una cifra adeguata all’interesse che muove. Ad essere piu’ concreti, i paperoni del pallone Ibrahimovic, Messi e Cristiano Ronaldo “meritano” quello che guadagnano per questo. Discorso diverso andrebbe fatto per gli altri, problema vero del mondo del pallone. Quando le cifre sono iniziate ad “ingrassare”, grazie ai proventi dei diritti televisivi, non si è riusciti a controllare le spese, ad arginare i movimenti di denaro. E, anche il calciatore meno utilizzato, anche quello preso semplicemente per fare uno sgarbo ad un altro, o per fare numero, hanno iniziato a percepire cifre importanti, lì si senza meritarle. E’ questo che ha fatto del mondo del pallone un industria in crisi, non le cifre percepite dai top player.

Diversi sono i contesti, questo si può riconoscere. Ma come ci sarà sempre chi dirà: “Che senso ha prendere 17 milioni per dare 2 calci ad un pallone?” , così io potrei dire: “Cosa ci vuole a stare dietro ad una telecamera?”. Sono chiacchiere da bar. Quando i problemi seri sono altri.

Giorgio Fraticelli

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Baggio, Del Piero, Totti: chi il piu’ forte?

Ho visto su facebook una foto con Baggio, Totti e Del Piero. Sulla stessa c’era scritta una domanda: “Chi il piu’ forte dei 3?” Da romanista, la risposta d’obbligo sarebbe soltanto una, Francesco Totti. Ma andiamo un attimo ad analizzare le varie carriere, prima di dare un giudizio finale.

Parto subito dallo juventino Alessandro Del Piero. Per lui ci si è inventati l’espressione “tiro alla Del Piero” con il pallone a giro sotto al sette, quando ad inizio carriera segnava sempre allo stesso modo. Ma il suo ingresso nel palcoscenico che conta è stato secondo me facilitato dal contesto. Quella Juventus era una squadra fortissima ed essere inseriti in una rosa di giocatori forti “deresponsabilizza”. Non dipende tutto dalle tue giocate. La riprova? In Nazionale si è riuscito ad esprimere al meglio soltanto nel 2006. Prima aveva sulle spalle la staffetta con Baggio durante Francia 98, dove arrivò spompato da una Juventus che fu la squadra italiana a giocare piu’ partite quell’anno, considerando l’arrivo in finale di Champions; prima aveva sulle spalle la finale di Euro 2000 contro la Francia: sciupo’ 2 occasioni clamorose che avrebbero potuto consentire agli azzurri di raddoppiare. La Francia pareggio’, segnando poi al golden gol. Del 2002, cosa dire? Moreno e la storia ci hanno fatto capire come è andato realmente quel mondiale. In Germania Alessandro si è ripreso tutto. Con gli interessi. Con la Juventus è rimasto anche in Serie B, dopo lo scoppio di calciopoli che aveva portato quasi tutti i big ad abbandonare la barca. Questo non è però servito a fargli chiudere la carriera in bianconero perché, la sua figura, probabilmente iniziava a pesare piu’ di quanto fossero importanti quella dell’allenatore e della società. Il finale di carriera in Australia è inglorioso per un giocatore del suo livello; una scelta di vita, fino ad un certo punto. Perché la sua scelta di vita sarebbe stata chiudere la carriera a Torino.

Di Roberto Baggio, cosa dire? Baggio è il calcio. La sua espressione massima. La tecnica allo stato puro. La classe sopraffina. Tante le squadre avute dal Divin Codino da quando, qualche anno fa, iniziò la sua carriera al Vicenza. Gli infortuni come costante della sua carriera, come ad esempio quello che per poco non fece saltare il trasferimento dal Vicenza alla Fiorentina. Il passaggio dalla Fiorentina alla Juventus, che fece insorgere il popolo viola contro la famiglia Pontello. Il primo pallone d’oro italiano dopo Rivera. Un mondiale quasi vinto da solo, non ci fossero stati quei rigori maledetti ad Usa 94 contro il Brasile. Il passaggio al Milan, voluto da Capello ma anche qui poco impiegato per problemi fisici. L’approdo a Bologna per riconquistare a suon di gol la Nazionale, nell’anno in cui l’Italia calcistica accoglieva il fenomeno Ronaldo. La convocazione per i mondiali francesi. Una staffetta con Del Piero che probabilmente è costata la qualificazione contro la Francia. Il passaggio all’Inter, dove ebbe problemi con Lippi ma rispetto’ sempre il campo. Ricordatevi le prodezze contro il Real Madrid; o lo spareggio contro il Parma che valeva l’accesso alla Champions League della stagione successiva. Con una vittoria Moratti avrebbe confermato Lippi; se però il tecnico fosse rimasto, Baggio se ne sarebbe andato. Chi risolse la partita? L’approdo a Brescia. Uno dei suoi gol piu’ belli proprio contro la Juventus, un gol che aiuto’ la Roma a vincere lo scudetto del 2001, vi ricordate? Lancio di Pirlo, controllo di Roberto Baggio che davanti a Buffon prima stoppa il pallone e poi mette a sedere il portiere. Roberto Baggio è stato tutto questo. E molto altro. E’ stato campione in una grande squadra, la Juventus che vinse coppa Italia e Coppa Uefa con Trapattoni. E’ stato giocatore determinante in piccole piazze, come Bologna e Brescia. Sempre decisivo, mai un peso. Forse ha avuto problemi di troppo con qualche allenatore (da Ulivieri a Lippi, passando per Capello e Trapattoni) a causa della sua personalità; in qualche caso un allenatore deve però accettare, per l’importanza del giocatore all’interno di un contesto, le sue caratteristiche; deve lasciarlo libero di creare, di inventare. Perché signori, prima di rivedere le invenzioni di Roberto Baggio e del numero 10 di cui parlerò adesso, quanto tempo passerà?

Eccoci qui a lui. Francesco Totti. Classe 76. Romano di Porta Metronia. Una vita passata nella squadra per la quale faceva il tifo sin da bambino. L’ultima bandiera. La domanda che ci si fa, riguardo al numero 10 giallorosso, è sempre questa: se Totti fosse andato in un altro club, quanto avrebbe potuto vincere, sia individualmente che a livello di squadra, di piu’ rispetto che alla Roma? Le risposte implicano filosofie di vita. C’è chi pensa che, escluso da un contesto in cui è sempre stato un re, sarebbe venuta fuori una personalità forse non matura, per essere considerato un top player; io sono portato a pensare che, la sua classe, sarebbe uscita fuori in qualsiasi contesto. E gli avrebbe potuto consentire di vincere tanto. Uno scudetto, 2 supercoppe, 2 coppe Italia, un mondiale, per un giocatore come lui, non rendono giustizia. Tante volte con Gabriele si fa questo discorso: di una partita non vanno guardati soltanto gli highlights. Francesco, per quanto mi riguarda, è la riprova del perché non si devono vedere soltanto le azioni salienti di una partita. Quante volte un suo colpo di tacco, od una sua giocata, ha messo nelle condizioni di creare la superiorità numerica in una zona di campo ancora ininfluente per lo svolgimento dell’azione? Quante volte un suo cambio di gioco ha aperto la strada ad una azione che poi non si è concretizzata? Negli occhi ho sempre una partita che molti di voi forse non ricorderanno. Roma Piacenza. Totti e Cassano presero palla all’altezza del centrocampo. Un tocco ciascuno arrivarono in area di rigore in meno di un amen. Chi smarcò Pessotto con un colpo di tacco per il cross a Del Vecchio durante la finale contro la Francia nel 98? Chi ha segnato uno dei gol piu’ belli a Genova contro la Samp con una mezza girata al volo di sinistro applaudita da tutto Marassi? Chi è il calciatore italiano che ha segnato piu’ di tutti, con la stessa maglia, dopo l’inarrivabile Piola?

E adesso, la domanda delle domande: da che cosa si misura la forza di un numero 10? Dalle vittorie ottenute nella squadra? Dalla sua incidenza nelle vittorie ottenute dalla squadra? Dalle convinzioni personali? Dai pagelloni fatti da ex giocatori e giornalisti che, nelle trasmissioni televisive, giudicano destro, sinistro, testa, senso del gol, e tutte queste stronzate? Ognuno di noi, come è logico che sia, sarà piu’ legato a questo, o a quel numero 10. Forse, l’unica certezza, è che calciatori così non ne rinasceranno piu’. O si?

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